PENSIERI E PAROLE

L'uomo sereno procura serenità a sè e agli altri.

— Epicuro

Bilancio Sociale 2010

 

Dove stiamo andando?

di Fabio Fedrigo

La foto di Marco Cerri* sulla cooperazione sociale oggi (con il passato sullo sfondo a ricordarci le nostre radici) ci sollecita ulteriori riflessioni. Cerri inquadra il momento storico che stiamo attraversando e la difficoltà d’intravedere, a breve, vie d’uscita da quella sorta di “crisi d’identità” che percepiamo e viviamo negli ultimi tempi. Chi siamo oggi. Cosa facciamo e vogliamo fare. Per chi, con chi e come. Il problema è che il deterioramento del rapporto tra cooperazione sociale e mercato dei servizi non è una questione recente. Esiste da anni, come da anni esiste una certa aggressione al mercato socio-sanitario, una maldestra cultura di impastare la politica con gli affari.

La domanda è: come mai alla luce di problematiche così datate non si registra nulla di particolarmente e socialmente significativo nel tessuto istituzionale tra cooperazione e comunità locale. Dalla 381 del ’91 sono passati due decenni e i segni del tempo in quella legge si vedono tutti. Come mai nel 2011 continuiamo a parlare dello stesso film uscito negli anni novanta? Guerriglia appaltistica, multinazionali del no profit, lavoratori cocopro, sistema socio-sanitario tutt’altro che integrato. Illegalità in rialzo e legalità in ribasso. Come mai fuori dagli appalti la cooperazione sociale respira a fatica. Come se gli appalti rimanessero il grande mare vitale delle imprese sociali. L’habitat naturale fuori dal quale ci si adatta con difficoltà, si va in saturazione.

Condividiamo le perplessità sui processi di auto-legittimazione. Cosa significa oggi auto-legittimarsi per l’impresa sociale? Rispetto a chi e per chi? Forse più che processi di auto-legittimazione, che portano le imprese a curvarsi su se stesse, servono processi di reciprocità. Perché in fondo un’impresa sociale svolge servizi di pubblica utilità orientati alla promozione umana della comunità locale. Non è soggetto che può (per fortuna) bastarsi. Il fatto che la cooperazione sociale non possa e debba bastarsi, in quanto è uno (non l’unico) dei soggetti attivi nel cosiddetto welfare state, è una prospettiva di ragionamento orientata al fare insieme, al co-partecipare, al cooperare. Il non bastarsi implica chiamare in causa il concetto di reciprocità. Perché il bene comune, sia quando viene prodotto, sia quando viene redistribuito, necessita di reciprocità sociale, imprenditoriale, istituzionale, economica. Reciprocità ed esternalizzazione, otto volte su dieci, sono in antitesi. Sono poli respingenti che non producono bene comune.

La Pubblica Amministrazione pensa invece così: io mi basto. Dove non mi basto esternalizzo. Una volta esternalizzato il servizio sono a posto, in pace, ho fatto il mio. A chi decido di esternalizzare? Un po’ decide l’io-istituzione, un po’ decide l’io-politico, o meglio, l’io partitico. Questo è il quadro generale nel nostro Paese. Del resto che interessi ha il potere a condividere potere? 328? Fastidio. Piani di Zona? Tocca farli. Rete? Mah, buona per convegni. C’è da dire, tra l’altro, che i nostri territori non hanno dimostrato grandi capacità di valorizzare e tutelare le buone prassi. Subiscono invece quell’onda lunga che arriva da regioni più grandi come Lombardia, Emilia, Piemonte. Regioni dove per prime nascono e si esportano le trasformazioni sociali e le pratiche di welfare. Regioni dove il contesto socio-sanitario e il mercato privato-pubblico hanno caratteristiche, dimensioni ed economie di scala piuttosto diverse rispetto ai nostri territori.

La sensazione è che le risposte, su come uscire oggi da una crisi culturale trasversale a tutte le istituzioni sociali, pubbliche e private, soffino ancora nel vento. Si va molto per tentativi. Senza dimenticare che per la classe dirigente socio-sanitaria queste riflessioni - e quelle di altri colleghi ospiti del nostro Bilancio sociale - hanno la stessa priorità che ha un frigo per un eskimese. Condivido con Maino che prima di risposte abbiamo bisogno di domande. Di interrogarci seriamente sul senso del nostro agire, in quale ruolo sappiamo o possiamo costruire e dialogare. Se c’è domanda c’è desiderio.

 

* gli interventi a cui si fa riferimento sono presenti nella sezione dedicata alle Interviste a pag. 36 del Bilancio Sociale 2010


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