PENSIERI E PAROLE

"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi."

— Marcel Proust

PER LO SVILUPPO DELL’ ECONOMIA CIVILE NELLA REGIONE FVG

La crisi economica e finanziaria iniziata lo scorso anno e che in questi mesi sta producendo una serie di pesanti conseguenze sull’occupazione nella nostra regione, oltre che mettere in evidenza alcuni aspetti problematici riguardanti specifiche attività e contesti dell’economia di mercato (una finanza poco ancorata all’economia reale, un sistema di controlli sovra nazionale e nazionale insufficiente, l’emergere di mercati e di potenze economiche sulla scena mondiale che prima ancora di essere opportunità di business per le nostre imprese, rappresentano piuttosto e soprattutto causa diretta o indiretta dell’arretramento del tasso di crescita delle economie occidentali, il rapporto tra un certo modello di sviluppo economico e le ricadute ambientali e sociali ecc), ha anche riproposto al centro del dibattito politico ed economico il ruolo dell’economia di mercato capitalistica   nello sviluppo delle società e i limiti costitutivi, persino le degenerazioni,  che questo sistema porta con sé.

Partendo pertanto dal presupposto che la presente crisi ha una natura non solo derivante da fatti contingenti, temporanei, bensì da aspetti di carattere strutturale, si ritiene utile che la Regione Friuli Venezia Giulia proponga al sistema socio economico regionale una serie di misure e interventi finalizzati a sostenere lo sviluppo di un sistema socio economico maggiormente improntato a principi di sostenibilità sociale e ambientale.

Una economia più civile

La crisi che stiamo vivendo si situa all’interno di un processo di trasformazione della società post-moderna occidentale che viene attraversata da varie sfide:

-  la globalizzazione che rompe il nesso tra  l’attività produttiva e il territorio;

-  il problema demografico, derivante dall’invecchiamento della popolazione;

-  la crisi della politica, del lavoro, della famiglia,

-  i nuovi bisogni e le nuove povertà;

Per affrontare queste sfide non sono più sufficienti le risposte del mercato (la produzione di ricchezza) e dello Stato (la re-distribuzione di parte della ricchezza prodotta).

Diviene necessario recuperare la dimensione della reciprocità e del dono nei rapporti tra le persone, le comunità, le organizzazioni.

Questa diventa la sfida dell’economia civile:  far coesistere, all’interno del medesimo sistema sociale, i tre principi regolativi dell’economia:

  1. Lo scambio di equivalenti (contratto), che rimanda al valore dell’efficienza;
  2. La re-distribuzione di ricchezza (welfare): che rimanda al valore dell’equità;
  3. La reciprocità (fraternità): che rimanda al valore del  dono.

L’economia civile quindi ha un approccio che guarda e inserisce l’esperienza della socialità umana e della reciprocità all’interno di una normale vita economica, né a lato, né prima, né dopo questa.

E’ il momento economico stesso, perciò, che in base alla presenza o assenza dei principi del dono e della reciprocità, diventa civile o in-civile.

Una nuova via all’economia di mercato

Questo impianto teorico vanta una tradizione secolare in Italia.

Esso si è concretizzato con lo sviluppo di numerose esperienze in grado di coniugare aspetti di efficienza, con principi di equità e di solidarietà tra le persone: lo sviluppo delle cooperative in Italia e il riconoscimento costituzionale del movimento cooperativo stesso (art. 45 della Costituzione) ne è un esempio concreto.

All’interno del movimento cooperativo si è sviluppato,  a partire dalla seconda metà degli anni ottanta e poi in maniera molto sostenuta negli anni novanta, l’originalità della proposta della cooperazione sociale, la quale nel solco della secolare tradizione dell’esperienza cooperativa proponeva un modello di impresa capace di coniugare l’efficienza tipica del modello imprenditoriale con la finalizzazione delle attività al “perseguimento dell’interesse generale della comunità alla promozione umana e integrazione sociale dei cittadini” (art. 1 L: 381/91).

Un modello imprenditoriale cooperativo, quindi, in grado di aggiungere al principio della “mutualità interna” (il massimo beneficio possibile ai propri soci), la cosiddetta “mutualità esterna” ovvero la capacità dell’impresa di orientare le proprie attività a favore di un beneficio esterno, di “interesse generale” appunto, e di rappresentarlo adeguatamente anche nella governance stessa dell’impresa.

L’originalità della proposta della cooperazione sociale ha di fatto reso possibile l’introduzione nel nostro ordinamento del concetto innovativo che l’impresa non necessariamente deve essere costituita e finalizzata per raggiungere l’obiettivo del massimo profitto per i detentori del capitale, bensì può essere finalizzata al raggiungimento di un interesse generale, cioè della costruzione di beni comuni.

Questo concetto è stato recentemente confermato attraverso l’introduzione nel nostro ordinamento delle norme sull’impresa sociale, la legge delega n. 118/2005, il successivo Decreto legislativo n. 155/2006 ed i decreti attuativi del 24.1.2008.

Le questioni relative all’identità dell’impresa sociale, dell’impresa civile, della nuova figura ideal tipica dell’imprenditore sociale, dei sistemi di governance delle imprese sociali e civili, della dimensione multistakeholder  e della qualità per l’impresa sociale sono all’ordine del giorno del dibattito scientifico.

Alcune scelte strategiche

Nella situazione socio economica attuale quali scelte politiche e quali strumenti possono essere messi in campo per ricostruire quei legami di fiducia oggi indispensabili per realizzare salute e benessere nei territori della Regione Friuli Venezia Giulia, e di conseguenza rafforzare la “competitività” e in generale lo sviluppo della comunità locale regionale nello scenario globale?

-        La scelta di sviluppare un mercato autenticamente plurale come luogo di efficienza, di equità e di solidarietà;

-        La scelta di promuovere e sostenere forme organizzative che realizzano attività economiche orientate a far coesistere i principi dello scambio di equivalenti, di re-distribuzione e di reciprocità;

-        La scelta di costruire un welfare regionale autenticamente comunitario

Su queste  linee strategiche si possono  individuare alcuni indirizzi  e azioni concrete da mettere in campo per predisporre un terreno fertile sul quale lavorare per lo sviluppo di una nuova via dell’economia di mercato nella nostra regione.

Primi indirizzi e azioni per lo sviluppo del progetto

-  Sviluppare il sistema di monitoraggio degli appalti anche al fine di promuovere tra gli enti appaltanti l’utilizzo delle clausole sociali

-  Sostenere il coordinamento degli strumenti destinati all’inclusione sociale e lavorativa delle persone disabili e svantaggiate

-  Sviluppare interventi sperimentali volti a supportare esperienze di economia sociale in grado di valorizzare al meglio le specificità e le opportunità della cooperazione sociale quale attore dello sviluppo socioeconomico locale nell’ambito di uno scenario regionale che sappia meglio integrare le politiche e le opportunità di inclusione sociale e lavorativa.

Sviluppare il sistema di monitoraggio degli appalti anche al fine di promuovere tra gli enti appaltanti l’utilizzo delle clausole sociali.

Le possibili iniziative ed attività concrete che si potrebbero attivare in relazione allo sviluppo di un sistema di monitoraggio degli appalti e degli affidamenti alle cooperative sociali, sono:

-        la ridefinizione delle deleghe regionali e provinciali in materia di cooperazione sociale, con l’individuazione di un assessorato incaricato della regia del sistema e la semplificazione dei livelli regolamentari nella logica della sussidiarietà;

-        l’emanazione dell’Atto di indirizzo per gli affidamenti di servizi alle organizzazioni del Terzo Settore, previsto dall’art. 35 della l.r. 6/2006;

-        l’attivazione di un canale di informazione/comunicazione tra l’Amministrazione regionale ed il Comitato Paritetico regionale della cooperazione sociale, organismo previsto dal CCNL delle cooperative sociali e costituito tra le associazioni di rappresentanza della cooperazione sociale e le organizzazioni sindacali. A tale organismo spesso si rivolgono le cooperative sociali per segnalare bandi di gara che non sono conformi alle normative nazionali o regionali in materia di affidamento di servizi, sia per quanto concerne la congruità delle basi d’asta sia per le modalità di aggiudicazione degli appalti.

-        Prevedere l’obbligo per le stazioni appaltanti di informare l’Amministrazione regionale, anche per il tramite degli osservatori provinciali sulla cooperazione sociale istituiti dalle singole province, riguardo i dati principali relativi agli appalti riservati alla cooperazione sociale e a quelli che contengono le clausole sociali. Tali dati potrebbero alimentare una banca dati regionale in grado di analizzare anno per anno l’evoluzione del fenomeno dell’affidamento della fornitura di beni e servizi alle cooperative sociali ed evidenziare contesti e soggetti pubblici particolarmente virtuosi come situazioni di criticità nel territorio regionale.

-        Organizzare periodicamente eventi informativi/formativi indirizzati a dirigenti e funzionari delle stazioni appaltanti per fornire i dati delle rilevazioni effettuate sul territorio regionale, nonché aggiornare sulle evoluzioni normative in materia e promuovere le buone prassi regionali in materia.

Sostenere il coordinamento degli strumenti destinati all’inclusione sociale e lavorativa delle persone disabili e svantaggiate

-        Realizzare una  concreta integrazione a livello di programmazione e attuazione degli strumenti di inclusione sociale e lavorativa delle persone disabili e svantaggiate, degli assessorati regionali competenti (Sanità e sociale, lavoro e  formazione, economia e imprese, edilizia abitativa);

-        promuovere l’applicazione sul territorio regionale dello strumento delle Convenzioni quadro ai sensi dell’art. 14 del Dlgs 276/2003  e dell’art. 40 della legge regionale 18/2005;

-        promuovere l’applicazione sul territorio regionale dell’affidamento di beni e servizi alle cooperative di inserimento lavorativo sia attraverso l’applicazione dell’art. 5 della legge 381/91 per gli appalti sotto soglia comunitaria, sia l’applicazione delle clausole sociali per gli appalti sopra soglia. In particolare si intende promuovere l’applicazione sul territorio regionale dell’art. 11, comma 1, lettera c, della LR 20/2006, al fine di favorire l’affidamento di servizi alla cooperazione sociale di inserimento lavorativo attraverso lo strumento degli incentivi economici alle stazioni appaltanti. In concreto si potrebbe ipotizzare di  destinare quota parte dei finanziamenti annui destinati alle Province per il sostegno della cooperazione sociale a questa specifica misura incentivante, inserendola nel contesto delle risorse destinate alla programmazione e applicazione dei PdZ a fronte di specifici progetti di integrazione lavorativa presentati dai singoli ambiti.

-        favorire una integrazione degli strumenti delle Convenzioni quadro ex- art. 14 Dlgs 276/2003 e degli incentivi alle stazioni appaltanti ex-art.11 LR 20/2006 nel caso di imprese partecipate da soggetti pubblici (es. multiutility) che sono soggette al pagamento delle scoperture ai sensi della L. 68/1999 e che potrebbero per effetto della integrazione dei due strumenti contenere i costi derivanti dal pagamento di tali scoperture e nel contempo favorire lo sviluppo delle cooperative sociali di inserimento lavorativo nell’ambito delle attività ambientali, dell’igiene urbana, dello sviluppo delle energie rinnovabili ecc.

-         Promuovere presso le amministrazioni locali l’adozione di schemi di delibera di indirizzo per l’affidamento di servizi alle cooperative sociali di inserimento lavorativo attraverso lo strumento della convenzione ex- art. 5 della L. 381/91.

Sviluppare interventi sperimentali volti a supportare esperienze di economia sociale in grado di valorizzare al meglio le specificità e le opportunità della cooperazione sociale quale attore dello sviluppo socioeconomico locale nell’ambito di uno scenario regionale che sappia meglio integrare le politiche e le opportunità di inclusione sociale e lavorativa.

-        aumentare la dotazione finanziaria prevista nel bilancio regionale a favore degli interventi per l’incentivazione delle cooperative sociali di cui al Capo III della LR 20/2006;

-        permettere l’accesso delle società cooperative ai benefici di Friulia, in modo da dare continuità allo storico intervento finanziario di Finreco, rivelatosi per il 70% strumento di sostegno al settore della cooperazione sociale;

-        favorire lo sviluppo di distretti dell’economia sociale nel territorio regionale che riuniscano soggetti pubblici e/o privati orientati alla produzione di beni e servizi di interesse generale, che adottino sistemi e strumenti di rendicontazione sociale e di sostenibilità ambientale, che promuovano la crescita di conoscenza, competenza e responsabilità dei cittadini al fine di renderli  maggiormente coinvolti sia nei contesti decisionali istituzionali sia nei sistemi di governance delle imprese sociali;

-        favorire l’utilizzo di beni immobili di proprietà pubblica non utilizzati o dimessi  per progetti e/o iniziative imprenditoriali promosse dalle cooperative sociali e imprese sociali, anche prevedendo l’accesso a favore dei soggetti dell’economia sociale alle fonti di finanziamento specifiche previste dalle normative regionali e finalizzate alla costruzione, ristrutturazione e all’ammodernamento di tali beni immobili

Trieste, dicembre 2009

Dario Parisini, Federsolidarietà Confcooperative Fvg

Gian Luigi Bettoli, Legacoopsociali Fvg

Alberto Rigotto, Agci Solidarietà Fvg

                                                     


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