Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi.
di Fabio Fedrigo
Venticinque anni sono un quarto di secolo, cinque lustri, novemilacentoventicinque giorni. In venticinque anni ci stanno, tra le tante cose, una generazione, due Papi, quattro Presidenti della Repubblica, diciannove governi, sette mondiali di calcio, una Coppa del Mondo, sei olimpiadi, il crollo del Muro di Berlino, dell’URSS, delle Torri Gemelle e centinaia di guerre in tutto il mondo. In venticinque anni cambiano i confini geopolitici, le carte geografiche, cambiano i processi di globalizzazione. In venticinque anni la tecnologia rivoluziona il modo di comunicare e di lavorare: cellulari, internet, satelliti. Metà mondo entra nel cyber spazio e metà ne rimane fuori. Da una parte il progresso, dall’altra il divario digitale.
In venticinque anni cambia tanto e cambia nulla. Sofferenza, fame, povertà, guerre e discriminazioni sociali continuano ad annientare e mortificare l’umanità. I treni continuano a ritardare, la politica ad annaspare, la disoccupazione ad aumentare, la televisione a disinformare, il colore della pelle a separare.
Venticinque anni di lavoro sociale rappresentano per FAI non un traguardo ma una tappa importante. Sono venticinque anni di lavoro e relazioni sociali, di comunità locale, di vita societaria, di crescita occupazionale e professionale. Se guardiamo indietro contiamo in questo arco di tempo centinaia di lavoratrici e lavoratori e migliaia di persone che hanno beneficiato dei nostri servizi. Se guardiamo indietro capiamo, anche nella nostra piccola storia di cooperativa, quante cose sono cambiate e quante invece sono rimaste uguali. Nel 1985 quando nasce FAI non esiste nessuna normativa di riferimento per le cooperative sociali. La legge 381 che ne disciplina la natura e gli scopi arriverà solo sei anni dopo, nel 1991. Fino ad allora FAI, come tante altre cooperative che si occupano di servizi socio-sanitari, si configura come cooperativa di produzione lavoro ed è genericamente identificata tra le cooperative di assistenza o di servizi sociali.
In venticinque anni aumenta l’indice di vecchiaia del mondo. Si nasce di meno e si vive di più. Per l’ONU l’Italia è il Paese più vecchio del pianeta ma anche quello maggiormente arretrato, fra le nazioni industrializzate, per servizi e risposte alla popolazione anziana.
Le prime esperienze di cooperazione sociale in provincia di Pordenone sono Il Seme a Fiume Veneto e Coop Service Noncello nel capoluogo. Due cooperative storiche, nate nel 1981 e tutt’ora attive, finalizzate all’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. Nel 1985 in provincia di Pordenone si contano sei cooperative “sociali”, nel 2010 trentacinque. Nel 1985 FAI conta dieci soci, nel 2010 trecento. Come scrive Paolo Tomasin «le cooperative costituite prima del riconoscimento giuridico (1991 nda) si potrebbero definire come cooperative sociali di prima generazione. Sono le cooperative pioniere di un settore dai confini inizialmente incerti e poco definiti […] Furono le cooperative che hanno fatto da apripista ad un settore che, nel corso degli anni, è notevolmente cresciuto e cambiato »*. In effetti concordiamo con l’analisi di Tomasin. La cooperazione sociale dall’inizio alla fine degli anni ottanta vive la fase pionieristica più intensa, dura, difficile, da basso indotto sociale, durante la quale molte cooperative si perdono per strada, molte lavoratrici e lavoratori vivono il proprio lavoro con la sindrome della precarietà. Una fase in cui i pionieri, a livello nazionale e locale, in gran parte donne, aiutano la cooperazione sociale a trovare senso, legittimazione, a crescere, a trovare direzione sociale. Aiutano a costruire organizzazioni di dignità. Oggi, dentro una delle più grandi crisi economiche del dopoguerra, la cooperazione sociale è uno dei modelli imprenditoriali ed economici del nostro Paese che meglio tiene, pur nelle difficoltà congiunturali, strutturali ed istituzionali in cui si trovano regioni e comunità locali.
Uno stipendio medio a metà anni ottanta di un operatore FAI è di circa 600 mila lire, oggi siamo a circa 1.100 euro. Un chilo di pane nel 1985 costa 2.600 lire rispetto ai 3 euro abbondanti di oggi.
Il primo articolo del primo Statuto della Cooperativa dice che “FAI di Sacile, Società cooperativa a responsabilità limitata, agisce sul territorio provinciale e regionale”. Chiaramente quel vincolo statutario di agire in un delimitato territorio risulta oggi anacronistico ed illegittimo per qualsiasi Statuto societario di cooperativa sociale. Gli statuti devono garantire, nei limiti di legge, ampia possibilità di scelta imprenditoriale e di competitività sociale. FAI ha adeguato nel corso di questi venticinque anni più volte il proprio Statuto e quel vincolo è chiaramente soppresso. Quel vincolo, quel limite d’azione, rappresenta comunque un aneddoto curioso. Pur non essendo figlio di alcun pensiero societario - se non di una mero suggerimento o di un semplice inciso dello studio notarile – cresce e si trasforma nel tempo dentro le libere scelte imprenditoriali di FAI. Guardare alla comunità locale, al proprio territorio, ad un’area compatibile con lo sviluppo di relazioni sociali e d’aiuto, rappresenta da sempre per FAI la visione e la struttura sociale del proprio essere cooperativa. Una visione non assoggettata ad alcun vincolo se non a quello culturale e professionale di impresa socialmente responsabile. FAI non ha vincoli extra legislativi. FAI crede però che la questione del saper riconoscere il limite, imprenditoriale, economico, sociale, terapeutico, umano, il limite della cura e dei curanti, sia questione imprescindibile per proporre e svolgere servizi socio-sanitari, relazioni d’aiuto, per assumere credibilità e competenza sociale. Limite oltre il quale definirsi impresa socialmente responsabile diventa piuttosto difficile e autoreferenziale. Limite oltre il quale la dimensione etica ed istituzionale d’impresa sociale s’incrina pericolosamente, portando il proprio agire all’assuefazione commerciale della rincorsa al fatturato, al cosiddetto ragionare per volume d’affari.
L’attuale Ass. n. 6 Friuli Occidentale nel 1985 si chiama Usl n. 11 Pordenonese. Con la riforma Bindi del 1993 il processo di aziendalizzazione della sanità trasforma le Unità Sanitarie Locali in Aziende per i Servizi Sanitari.
FAI in questi venticinque anni ha vissuto di lenta costruzione. Vive tutt’ora cercando di resistere ad un mercato, con particolare riferimento al sistema dell’appaltificio, tutto sommato poco stimolante e degradante. Un mercato dove le imprese di grandi dimensioni oltre a produrre distorsione commerciale, continuano ad abbassare il livello sociale degli interventi. Dove gran parte delle istituzioni ritengono che la grande dimensione d’impresa sia sinonimo di affidabilità, una sorta di automatismo tra volume d’affari e responsabilità sociale, tra volume d’affari e lavoro di cura. La gran parte della produzione degli appaltifici assume modalità da bassa delega sociale, dove la preoccupazione principale è adempiere correttamente alle procedure di gara, condizione questa che garantisce all’istituzione, sotto il profilo amministrativo, la pace dei sensi. Verifiche in itinere, valutazioni degli interventi, coerenza tra promesse d’appalto e reali applicazioni operative, sono aspetti del tutto trascurabili, roba in più, fastidi amministrativi.
FAI non lavora in assenza di convenzioni pubbliche, non ne è immune. Il 50% dei propri servizi sono convenzionati con pubbliche amministrazioni. FAI quando sostiene di cercare di resistere al sistema appaltificio, intende ricercare possibilmente bandi di qualità, idee e forme di esternalizzazione che aiutino a garantire e promuovere il sistema integrato dei servizi sociali, maggiori tutele per i lavoratori, un migliore welfare di comunità.
FAI crede che le scelte imprenditoriali e societarie si compongano anche di rinunce. Rinunciare a battere ogni gara, ad aggredire il mercato, ad aggregarsi ad una competizione commerciale irresponsabile, esasperata e socialmente pericolosa è una scelta. Una scelta che appartiene al lavoro di costruzione che da venticinque anni caratterizza la vita di FAI nella comunità sociale di appartenenza. Una scelta che rimane alla base di ogni nostro progetto di cura, delle relazioni umane che ogni giorno cerchiamo di promuovere. FAI crede nelle relazioni sociali, nel lavoro di rete, nella buona contaminazione, nelle forme di reciprocità comunitaria. FAI crede nell’intelligenza sociale, nel saper fare e saper pensare di molte donne e uomini, dentro e fuori le istituzioni, nelle comunità e nelle case. Sempre più persone oggi stanno e vivono male, per ragioni sanitarie, sociali, economiche, politiche. Per dirla con Bauman, la società oggi è sempre più liquida, alienante, selettiva. Sempre più triste e sola. FAI crede che il proprio essere impresa non possa prescindere dai nuovi contesti sociali che caratterizzano le nostre comunità locali, il nostro Paese.
Oggi non c’è prudenza commerciale e sociale e questo determina la rincorsa alla prestazione d’impresa, ovunque e comunque, a qualunque costo. C’è un abuso ed un uso improprio del concetto di qualità, dei sistemi certificati ormai in dote a chiunque ne avvii un processo di adozione. Si potrebbe dire che la qualità oggi è ridotta ad un insieme di procedure, un marchio di rappresentanza, un logo comune svuotato di significato e valore sociale. E’ inderogabile oggi la necessità di alzare il livello di affidamento dei servizi alla persona, creando sistemi più coerenti e meno approssimativi.
A proposito di logo. In occasione dei venticinque anni FAI rinnova il proprio logo, mandando in pensione il vecchio packman che ci ha onorevolmente accompagnato per più di quindici anni. Il nuovo logo disegnato dal grafico Marco Morelli guarda al futuro senza cancellare il passato. Rappresenta simbolicamente un passaggio di rinnovo ma anche l’importanza di non dimenticare questi primi venticinque anni di cooperativa FAI. Ci sono molte persone che questi venticinque anni li hanno vissuti tutti o in buona parte. Ci sono molte persone che hanno solo da poco iniziato una nuova esperienza sociale e professionale con FAI. La vecchia generazione rappresenta l’esperienza e la memoria societaria. La nuova generazione rappresenta invece la speranza e l’investimento per il futuro della nostra cooperativa.
*P.Tomasin, Origini e sviluppi della Cooperazione Sociale in friuli Venezia Giulia, Forum Editrice, Udine, 2009. Il libro rappresenta oggi il più approfondito e coerente lavoro di ricerca sulla cooperazione sociale del Friuli venezia Giulia, con particolare riferimento all'area Confcooperative. Una testimonianza preziosa in cui l'autore mescola competenza, cultura e visione sociale. Paolo Tomasin ha fatto parte del CDA FAI ed è ancora socio della cooperativa.